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In un giorno come un altro



É un giorno come un altro. Mio figlio va a lavoro fuori città. Torna però con una febbre altissima, é debole. Gli do una tachipirina. Sicuramente gli farà bene. É solo febbre.


Invece i giorni passano, e la febbre continua a salire. Lui é sfinito. La febbre sale a 41. Non riesce ad inghiottire. Lo porto all'ospedale.


Non sarà niente di grave. Lui é sempre stato sano. Non ha mai sofferto di alcuna patologia.


Arriviamo all'ospedale. Lo visitano. É solo una brutta tonsillite. Una terapia di antibiotici per 3 giorni.

Sta dimagrendo. Sta male, davvero male. La febbre é sempre alta. Non riesce a mangiare.

“Mamma, non riesco ad ingoiare. Mi dai dell'omogenizzato? “. Non si regge. Ma non é niente di grave. É solo una brutta tonsillite.

Poi mi cade sopra. Magari c'é davvero qualcosa che non va. Ma non sono negativa.


Lo portiamo all'ospedale. Di nuovo.

Lo trasferiscono nel reparto infettivo. Ha la mononucleosi, la malattia del bacio. Il medico vuole vedere me e mio marito. Ma io non capisco niente di quello che dice. Vuoto totale. Le sue parole sono solo un lontano rumore. Per me, il silenzio assoluto.

Mio marito non c'é. Dopo l'incontro dal medico non l'ho più visto. Arrivano alcuni parenti per salutare mio figlio. Mio marito ancora non si vede. É nel bagno, che sbatte la testa sul lavandino.

Non so perché, ma non do peso a quel gesto.

Mancano 4 giorni a Pasqua. Siamo invitati da alcuni amici. Ma mio marito non vuole andare. “Avvisali, non andiamo.” Non capisco, per quella data lui si sarà già ripreso. Perché non andare? Ma mio marito non dice nulla. Sono i suoi occhi, le sue espressioni che parlano per lui. Prendo in mano lo sterzo della macchina. “Che ha nostro figlio?”.

Dagli esami del sangue, un emocromo ha evidenziato la presenza di 16.000 globuli bianchi. Ha la leucemia mieloide acuta. Bisogna iniziare immediatamente la chemioterapia oppure, potrebbe andarsene da un momento all'altro.


Non dormo. Non riesco a chiudere occhio per tutta la notte. Come posso dormire?

Non dico niente a mio figlio. Non c'é bisogno che sappia.


La mattina dopo mi fiondo all'ospedale. Mi rivolgo al medico:“Signore, lui non é mio figlio, faccia finta che sia suo figlio. Cosa farebbe per lui? Vorrebbe il meglio?”. Non posso far iniziare la chemio a mio figlio, non prima di aver chiesto altri pareri ad altri medici. Si sente parlare del metodo di Bella. Ma la chemio, é il protocollo internazionale, utilizzato ovunque.

Mi arrendo. Mio figlio inizia la terapia il venerdì santo. Ma non ci danno nessuna garanzia. Non si può ancora parlare di trapianto, anche se lui é forte, ancora é troppo presto. Bisogna iniziare subito la chemio. Non possiamo pensare ad altro.


Un anno fa é morto Andrea Fortunato di leucemia. Mio figlio me ne parla. Non tocca il discorso in profondità. Ne parla alla lontana. Io non dico nulla. Lui guarda un documentario che parla di globuli rossi e bianchi. Ed io ancora non dico niente, non gli chiedo il perché di quel documentario.

Vado alla cappella. Ho bisogno di confidarmi con il mio Dio. Ho bisogno di trovare conforto in lui, la forza necessaria per affrontare questa dura ed estenuante battaglia.

Torno in stanza da lui. All'improvviso, mi guarda dritta negli occhi:” mamma tu sai che malattia ho io?”. Non so cosa rispondergli. Rimango per una frazione di secondo spiazzata. Cerco di farfugliare qualcosa. “Amore mio, in realtà non ho ben capito. Hanno parlato di mi mielo non so, devo chiedere al medico di spiegarmi meglio.” Lui non dice niente, quasi convinto della mia risposta. Sono stranita dalla sua domanda. Lui non sa niente. Non gliene abbiamo ancora parlato. Con mio marito usciamo dalla stanza, e ci chiudiamo in un fiume di lacrime.

Ben presto scopriamo che aveva parlato con la psicologa e con il medico a nostra insaputa.

Iniziai allora a parlare con lui.

Continua con la chemio. Ma la chemio lo esaurisce. É stremato. Letteralmente e visibilmente distrutto. Lui continua ad essere forte. Non si fa vedere debole, mai. Sempre con il sorriso. Sempre pronto ad ascoltare noi. Perché lui é così. É un buon ascoltatore, é amorevole. Sempre pronto ad aiutare chiunque. Rispettoso e legato alla famiglia. Non cede un attimo. Nemmeno di una virgola. Ma io lo vedo nei suoi occhi. Vedo il dolore, la sofferenza. E io sono impotente. Non posso fare niente. Soffre tanto. Ha avuto tante emorragie.

Passa un mese e mezzo. Finalmente lo riportiamo a casa con noi. Iniziano a parlare di trapianto. Più precisamente dell'autotrapianto. Ma il percorso é difficile. Le sue cellule non sono buone da poter essere trapiantate. Iniziano allora la tipizzazione. A lui e a tutti noi. Solo la sorella é compatibile. Adesso, si può parlare di trapianto di midollo.

Ma prima, la chemio di mantenimento.


Lui aveva sentito di un medico riconosciuto a livello mondiale. Era a Genova. Ma non ci acconsentono di andare lì. Non c'era contatto fra i due ospedali e i medici. “Se andate a Genova, non potremo seguirlo qui.” Andiamo allora sotto loro consiglio a Cremona. Partiamo per il viaggio della speranza.


Il medico responsabile ci garantisce la buona riuscita del trapianto. Ci dà speranze. Tante. E noi con tutta la forza possibile ci aggrappiamo a quelle.


É l'8 agosto del 1996. É il giorno del trapianto.


Mio figlio inizia una lotta contro il gruppo sanguigno della sorella. Lui RH+ lei RH-.

Sta male. É quasi irriconoscibile. Ma é sempre bello. Nonostante la pelle a squame. Nonostante le emorragie. Nonostante la sofferenza.


A tratti si dimenticava chi era. Chi eravamo noi. Perché fosse lì.

A volte avrei voluto dimenticarmelo anch'io.

L'infermiera mi parla di lui come di un angelo, di un ragazzo con un cuore grande. Con un potere straordinario: il suo sorriso contagioso. É lui che dà forza a noi.


Lo portiamo a fare una passeggiata nel parco dell'ospedale. “Mamma, perché tu sei mia mamma giusto?” “Si amore mio, sono io, dimmi tutto!” . Fatico nel trattenere le lacrime. Gli spiego cosa gli é successo. Della malattia, del trapianto. Gli parlo del nostro viaggio della speranza. “Tu devi lottare, combattere contro questo brutto mostro. Non devi arrenderti. Devi vincerlo. E io sono sicura che lo farai. Sono sicura che torneremo a casa sereni, con il sorriso. E questo non rimarrà che un brutto ricordo. Tu continua a lottare, non smettere mai.”


É notte. E lui ha una reazione strana, forte. É impaurito. Io e la fidanzata dormiamo nella stanza con lui.


Passano i giorni. E lui pensa ad una festa da organizzare una volta a casa.



É settembre e riusciamo finalmente a ripotarlo a casa con noi. Ce lo teniamo stretto. Lo guardo con amore. Ma anche con la paura che possa non farcela. Ma io ho ancora speranza. Quella non va mai via.


É molto provato dal trapianto. Ha dimagrito molto. É magrissimo, debole, distrutto. Ma é qui con noi.

É seguito da alcune dietologhe, ha bisogno di proteine.

Iniziano i controlli di routine. Tutto bene.


É gennaio. Un altro controllo di routine. Non sono preoccupata. Fa le solite analisi.

Nel frattempo che aspettiamo i risultati andiamo a farci un giro per negozi. Presi dalle commissioni. Lui ha uno sguardo triste. Ma lo soffoca. Ride e scherza con me.

Arriviamo all'ospedale. Ci sediamo in sala d'attesa. Mi guarda e mi dice:” mamma, probabilmente ho una ricaduta della malattia”. Me lo dice con sguardo assente, voce sottile. Il cuore per un attimo si ferma. Tutto intorno a me si ferma. Poi, la voce del medico. “Puoi entrare, da solo”. Ma lui vuole me. Vuole che ci sia anch'io. Ha bisogno di me, di tutto il conforto possibile. Ha bisogno che io sia forte. Entriamo nella sala. Io sono impaurita. Completamente assente. Non può essere una ricaduta, lui sta bene. Me lo ripeto nella mia mente, in continuazione.


Poi, la mia tranquillità é stata travolta da uno tsunami. Ha una ricaduta della malattia. Si parla di un secondo trapianto. Ancora lo stesso incubo. Ripetuto.

É l'aprile del 1997. Lui e il padre partono per Genova. Non ce l'hanno concesso una volta, ma noi abbiamo l'obbligo di provarle tutte. L'obbligo di non arrenderci.

Ma anche lì nessuna notizia positiva. Si parla ancora di trapianto.

Ma lui non ha la forza per affrontarlo. Si rifiuta categoricamente di farlo. Non ne vuole sapere nulla. Non perché non voglia lottare. Lui vuole lottare ma non n'é più capace. É sfinito. Il primo trapianto l'ha sfinito, la malattia l'ha sfinito.


Ha la febbre alta. Di nuovo. Non riesce a mangiare. Lui continua a chiederci scusa. Scusa per tutto il dolore che ci ha dato, per tutte le spese. Gli dispiace che abbiamo sofferto per lui. Si sente colpevole. Come se fosse lui il responsabile del suo male. Ma che colpe può avere ? Quale dispiacere può averci causato? In tutta la sua vita ci ha solo dato amore, tanto amore. Tanta forza.


Lui é mio amico. É la mia spalla. Quella su cui amo ridere, quella che mi sostiene.


Passo 40 giorni e 40 notti con lui. Al suo fianco, senza lasciarlo un attimo. Ha qualche soldo da parte, e vuole usarlo per andare da Padre Pio. Una volta che starà meglio. Vuole anche una collana, con Gesù in croce.


Ha passato la sua vita a confortare, sostenere gli altri con la sua saggezza, con le sue poche parole ma con il suo immenso affetto. É amorevole, gentile, maturo, intelligente. Ha la capacità di trovare le parole giuste al momento giusto.


É notte. Lui vuole che io e il padre passiamo la nottata con lui. Finita la flebo, vuole che ci mettiamo ai piedi del suo letto. Sta tanto male. Eppure, usa le sue poche forze per ringraziarci: “grazie per quello che avete fatto per me, per l'amore che mi avete dato. Grazie per esserci stati. É per voi, per la famiglia che ho lottato, che ho trovato la forza di combattere”.


É stata l'ultima notte con lui. La sua sofferenza é finita. La mia ha avuto inizio.


Per sei anni ho vissuto nel totale buio. Ho provato rabbia verso chiunque. Verso me stessa. Potevo fare di più! Me lo ripetevo ogni giorno. Una madre non può, non deve vedere morire il figlio, é contro natura!

Ho iniziato una lotta contro me stessa. Ho allontanato chiunque. Ho rimosso il funerale, le visite di amici a casa. Il dolore del momento in cui é venuto a mancare. Non lo augurerei a nessuno. Neanche al mio peggior nemico, di vedere spegnersi giorno dopo giorno il proprio figlio. Di guardarlo negli occhi, vedere il suo dolore, la sua sofferenza. E non poter far niente per aiutarlo, per farlo star meglio. Un senso di impotenza orribile.


Lui se n'é andato sereno. Non ha mai mostrato debolezza. Forte fino all'ultimo respiro. Ha perso molti amici, ma ne ha ritrovati molti altri. Ha avuto il sostegno e il supporto della sua famiglia, della sua fidanzata. Per lui questo era molto importante.


Piano piano, sono uscita dal buio. Grazie alla fede! Credere in Dio mi ha aiutato. Perché sapere che un domani potrò rincontrare mio figlio, che potrò vederlo, vedere che sta bene, mi dà forza. Mi dà vita.


Faccio lo stesso sogno, in continuazione. Sogno io che lo cerco ovunque. Nella cappella, nel cimitero. Ma non lo trovo. Mi affanno. Continuo esasperata a cercarlo. Lo trovo. Ne ho anche parlato con un medico, mi ha detto che non sono ancora riuscita ad accettare la sua morte. Non credo che riuscirò mai ad accettarla. Ho solo imparato a convivere senza la sua presenza fisica. Perché lui, in realtà, vive in me, sempre. Ci parlo ogni giorno, come se l'avessi vicino. Rido con lui. E a volte anche da sola mentre ripenso alle sue battute. Gli racconto della mia giornata. Mi confido con lui. Parlo di lui al presente, a molti fa strano. Ma lui é vivo. É con me ogni giorno.


Un mese e mezzo dopo la sua morte sono andata a fare la promessa da Padre Pio. Proprio come voleva lui.


Un giorno una mia amica mi disse che lui non é mai stato del nostro mondo. Lui é sempre stata una persona unica. Diverso da tutti noi. Un angelo.

E forse é proprio così.. Tutti lo pensavamo.


É come se sapesse di avere poco tempo in questo mondo. Per questo, ha voluto lasciare impresso nei cuori di chi lo conosceva, l'amore, la bontà, il ricordo indelebile di una persona meravigliosa, speciale.


In ricordo di Marcello, un figlio, un fratello, nipote, cugino, zio. Di un amico e fidanzato. In ricordo di un ragazzo che in poco tempo ha lasciato e continua a lasciare emozioni indelebili nel cuore di chi lo ha conosciuto.


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