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La mia rivincita



Quando sei ragazzo prendi la vita con più leggerezza. Non ti preoccupi del dopo, del tuo futuro, delle conseguenze delle tue azioni..


Nel 2000 mi sono trasferito. Sono andato a vivere a Brescia. Lavoravo come operaio. Guadagnavo bene. Per questo mi potevo permettere qualsiasi vizio. Anche quello più sbagliato: la cocaina. Fin da ragazzino facevo uso di sostanze stupefacenti come la marijuana, ma a Brescia ho conosciuto la magica polvere bianca che ha dato una svolta -non totalmente positiva- alla mia vita. Lavoravo, mi divertivo, stavo bene.


Ho deciso di tornare a casa mia. Mi mancava la mia famiglia, e lì avevo anche una fidanzata che mi aspettava. Ero fidanzato con lei da tanti anni.

Ho continuato il mio lavoro da operaio, ma ho iniziato anche un lavoretto extra per arrotondare: lo spacciatore. Volevo smettere con la droga, con la cocaina. Da lì la decisione di spacciare eroina, mettendo in questo modo fine alla mia dipendenza. La merce arrivava direttamente dall'Albania. Ed io ero il fornitore più accanito della zona.


Nessuno sospettava di me o dei miei traffici. Sono sempre rimasto in disparte. Non davo nell'occhio. In realtà non mi interessava molto. Avevo iniziato a vivere una vita del tutto sregolata e non mi preoccupavo di niente. Nel 2004 é morto un mio amico, incidente stradale in moto. Aveva comprato la moto perché ce l'avevo anch'io. La sua morte ha rappresentato per me un punto di fine. L'inizio della fine. La vita aveva un altro significato. Non mi importava più di nulla, vivevo con leggerezza. Il menefreghismo si era impossessato di me.


Lo stesso anno sono stato arrestato.


Mi avevano inviato una partita di eroina, questa volta però c'era un problema. Non era di buona qualità. Era pessima. Così ho deciso di andare a risolvere il problema personalmente. Non davo importanza a quello che stavo facendo e ai rischi che stavo correndo.


L'Albania é il porto sicuro per l'eroina in Europa. Arrivo lì, risolvo il problema con la partita. Mi convincono a riportarla in Italia. Mi rassicurano, mi dicono che essendo italiano non verrei mai fermato. Nascondono i due kili di eroina nella macchina.


Il tratto é Durazzo – Bari. Dopo avermi caricato la macchina di eroina inizio il mio viaggio. Tranquillo, quasi sereno. Cosa mai potrebbe succedermi?


La mia tranquillità viene subito interrotta.

La polizia mi ferma. Alzano la paletta. Mi dicono di dirigermi verso il traghetto. Ma la strada é sbarrata. Sono in un ponte. Gli agenti iniziano a tirare pugni nel serbatoio. Mi insospettisco. Non é così che si fanno i controlli. Dicono che la macchina ha un problema. Ma é impossibile la macchina é nuova. É del 2003. Non ha nessun problema. Loro insistono. Controllano l'interno della macchina, alzano i sedili. Continuano a cercare imperterriti. Aprono il cofano. Ispezionano i cerchioni dell'auto.

Alla fine la trovano. Mi guardano con sorriso compiaciuto: “ é da una settimana Italiano che la stavamo aspettando”. Mi arrestano. I due kili di eroina sono lì davanti a loro. E davanti a me. Rimango immobile. Lo sapevano. Qualcuno ha fatto una soffiata.


Mi portano nel carcere della caserma di Durazzo.

Sono ammanettato. Mi picchiano. Vogliono che parli. Ma dalla mia bocca non esce neanche una parola. Mi buttano in una cella di sicurezza. Un buco di 3m x 2. Siamo in 4. Costretti a dormire in terra con scarafaggi e topi. C'é buio. Non so se sia giorno o notte. Per poter andare al bagno bisogna bussare su una porta di legno. La guardia ti apre e ti accompagna. Passa qualche giorno e arriva un rappresentante dell'Ambasciata Italiana. Gli spiego la situazione. Ammetto il mio reato. Chiedo ingenuamente quando mi riporteranno in Italia. Lui mi guarda, ride. Dovrò rimanere qui in Albania per almeno 3 anni e mezzo mentre aspetto il processo. Rimango sotto shock. Non ci voglio credere. Lì il traffico di droga é un crimine grave. A me avevano detto che non avrei avuto alcun problema. E ora mi ritrovo qui, da solo, recluso in una prigione in uno Stato che non conosco e di cui non conosco la lingua. La testa mi scoppia. Non ci sto capendo niente. Non sta succedendo davvero. É un incubo ad occhi aperti.


La mia famiglia viene avvisata dalla Caserma della mia città. Mia madre vede il servizio al telegiornale. Non oso immaginare lo strazio. Il dolore che posso averle procurato. La delusione. Il dispiacere. I miei pensieri vanno a loro, alla mia famiglia, alla mia fidanzata. Per un mio errore pagheranno anche loro. E non mi guarderanno più con gli stessi occhi.


Inizio a riempirmi di paranoie. So di aver sbagliato. Devo pagare per questo. Ma in che modo?

Vengo trasferito nella prigione 313 a Tirana. Lì non esistono diritti umani. Siamo trattati come animali, o peggio.

Chiusi in minuscole celle che sembrano stalle. Costretti a dormire nel pavimento. Possiamo andare al bagno solo 3 volte al giorno. E quando non ci viene consentito, dobbiamo fare i nostri bisogni dentro una bottiglia. Ci é concesso di lavarci solo una volta a settimana. Il piatto doccia é la turca, e a volte rigetta gli escrementi. E ovviamente non sono solo i tuoi.

Nel buio totale. C'é una lampadina. E a volte si rompe. Il vetro scoppia ovunque, e non importa a nessuno se quel vetro ti sfregia.

Dovrò passare qui 3 anni e mezzo. In isolamento. Messo a nudo con i miei sbagli. Non esiste giorno o notte lì. Esisti tu. Solo tu e i tuoi errori.


La sveglia é alle 6. Se le guardie fanno il tuo nome tu rispondi. Devi rimanere tranquillo. Non devi far rumore. Devi fare il bravo, sennò avrai dei problemi.


Mi sveglio. Non capisco dove sono. Ogni mattina la stessa cosa. La stessa domanda: ” sono ancora qui?”.

Sono preso dalla disperazione, i capelli iniziano a cadere. Come sono arrivato a questo punto?


Iniziano i processi. Mi affidano un interprete. Ma dubito che capisca molto d'italiano o che possa essermi utile.


Il tempo non passa mai. É una sfida atroce. Se non lo vivi, non lo puoi capire fino in fondo. Io ho sbagliato. Lo so. É giusto che paghi il mio debito con la società. Cerco di non abbattermi. Anche se non nego che a volte abbia maledetto il giorno in cui sono nato. Affronto la prigione tra forza e disperazione. Senza mai arrivare all'atto estremo. Ne ho viste molte qui, di persone che si sono arrese. Che con un lenzuolo hanno messo fine alla loro vita.


Non posso far altro che adattarmi. Integrarmi in questo mio nuovo mondo. Se voglio vivere bene.


Sono nell'inferno. Questo é il mio girone. Ripenso a tutti quello che ho lasciato. Ai miei sbagli. Alla mia superficialità. Al dolore che ho causato. Ho bisogno di alienarmi da questa situazione. Inizio ad integrarmi con le regole del carcere. Imparo la lingua. Ed inizio a corrompere le guardie. Basta solo qualche soldo e ho quello che voglio. Vengo lasciato in pace. Mi danno un cellulare. Devo solo stare alle regole. Alle loro regole.


Nella mia testa una guerra atomica. Ho bisogno di staccarmi da questa realtà, di non pensare più. Di spegnere il cervello. Mi faccio prescrivere dei calmanti. Iniziano a non bastarmi più. A volte li conservo, e li prendo tutti insieme. E i miei tre anni e mezzo di isolamento vanno avanti così, tra un sedativo e l'altro.


Arriva la condanna: 11 anni di reclusione. Vengo trasferito al carcere di massima sicurezza. É una prigione all'aperto. Dopo più o meno un anno riesco ad avere la tanto attesa estradizione. Vengo trasportato a Roma, carcere di Rebibbia. Sono un detenuto per traffici di droga internazionali. Ancora mi fa strano quando lo dicono. So che é quello che ho fatto, ma é come se non mi appartenesse.


Il carcere qui é diverso. Si vede già dal cibo che danno. Per 4 anni e mezzo ho mangiato ogni giorno zuppa di verdure, in secchi di ferro. Gli stessi in cui metti il mangime per gli animali. A cena invece fagioli. Sempre lo stesso ogni giorno. Non avevi possibilità di scelta. O mangiavi quello, o non mangiavi niente.


Una delle cose più brutte del carcere é che sei a contatto con qualsiasi criminale. Anche con i peggiori. Sono stato a contatto con mafiosi, omicidi psicopatici. A Roma ho avuto legami con alcuni membri di Casamonica, con Corrado Ferioli l'assassino dei propri genitori e Marco Bergamo che era il mio compagno di banco a scuola. Si proprio lui, il mostro di Bolzano. Ed io, sono un delinquente, proprio come loro. Con un diverso reato, ma trattato in egual modo. Cerco di andare d'accordo con tutti e di non creare problemi.


Prendo la mia vita in mano. Inizio la scuola, persino teatro. Faccio addirittura degli spettacoli. E inizio a fare sport. La mia vita inizia a prendere una nuova piega. Imparo a nuotare in quell'oceano di disperazione.


Il carcere si paga. 50 euro al mese. E così, intraprendo la mia carriera lavorativa. Lavo le auto dei poliziotti penitenziari. Se il carcere a Durazzo e a Tirana era l'inferno, Rebibbia a confronto é il paradiso. Una boccata di aria fresca. L'opportunità per cambiare e migliorarmi.


Sconto la mia condanna di 6 anni e mezzo. Buona condotta. 3 anni di indulto. E in più, in Albania un giorno di isolamento equivale ad un giorno e mezzo di carcerazione normale, ed i miei tre anni e mezzo hanno permesso la mia scarcerazione anticipata.

Ho pagato il mio debito con la società e con me stesso.


Torno a casa con i domiciliari lavorativi. Lì mi rendo conto del tempo che é passato.


Vedo i miei genitori più vecchi. I miei amici con i capelli bianchi. In carcere non avevo uno specchio che mi mostrasse il tempo che passava.


In prigione non facevo altro che pensare a quando sarei tornato a casa. E ora che sono tornato, sono tormentato dai ricordi di quel passato non troppo lontano. Ho perso 6 anni e mezzo. Nessuno me li potrà mai restituire. Ormai, sono andati via. Buttati. Il tempo sembrava essersi fermato, e invece no.


La mia fidanzata mi ha lasciato. La capisco. É stato un brutto colpo. Non posso biasimarla. 10 anni di relazione. Ma una volta che mi hanno arrestato é finito tutto.

Mia madre mi guarda e piange. Le ho causato troppo dispiacere. Mi sento di aver fallito. Sono stato una delusione per tutti. Ma per mia mamma, ancora di più.


Mi sentivo finalmente libero. Ho vissuto l'inferno. E ne sono uscito.


Nei primi mesi non ho dato il giusto peso ai domiciliari. Me ne sono un po' fregato. Uscivo, bevevo. Non rispettavo gli orari. Potevo finalmente respirare. E volevo respirare tutta l'aria possibile. Dopo aver vissuto l'inferno in terra. Volevo solo gustarmi la libertà.

Poi, ci ho messo un punto.

Avevo bisogno di reinventarmi. Di reiniziare da zero. Resettare tutto.


Non é stato facile inizialmente. La mia reputazione mi anticipava. Quando ho iniziato a frequentarmi con la mia attuale moglie é stato difficile acquistare la sua fiducia e quella della sua famiglia. Ho faticato prima di dimostrare che ero una brava persona. Li capivo. Con il mio passato é comprensibile storcere un po' il naso. Tutti sanno chi sono. La mia esperienza delle volte definisce la mia persona. Vengo criticato. Molti diffidano di me. Ma non mi importa.


Mi sono dovuto allontanare da certe compagnie. Isolarmi da quella realtà sbagliata. A tratti mi sentivo solo. Non potevo dare fiducia a chiunque. Anche un banale passaggio in auto poteva compromettermi. Se prima vedevo un ragazzo fare autostop non ci pensavo due volte prima di offrirgli il mio aiuto. Ma oggi non posso farlo. Perché se quel ragazzo avesse qualcosa in tasca, io passerei dei guai. E non voglio più ridurre la mia vita a quattro mura.


Oggi sono felice. Ho 43 anni, una moglie che mi ama. Un lavoro onesto. Mi sono potuto comprare casa. Oggi, ho un'altra vita. Sono una persona nuova.


Dopo tutto quello che ho passato, l'incubo che ho vissuto, mi permetto di dare un consiglio, non prendete la vita con leggerezza. Date il giusto peso alle vostre azioni. Ma soprattutto, non pensate che il carcere sia un gioco. Perché non lo é.

Ho visto innocenti scontare una pena per un reato che non avevano commesso. Le cosiddette mosche bianche. Ho assistito a torture, odio, deprivazioni, suicidi. La prigione é un pozzo, e solo se sei forte puoi risalire su.


In carcere sognavo la libertà, oggi, ogni notte ho l'incubo del carcere. É una cicatrice che non andrà mai via completamente dalla mia vita, dalla mia testa. Devo solo abituarmici.


E ringrazio me stesso per avercela fatta.



La mia rivincita.


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