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La storia di Sheida

Aggiornato il: ott 31



Appena arrivata a Bruxelles ho iniziato un corso di francese per poter migliorare la lingua e perché no, anche per fare amicizia.

Dal primo momento mi ero resa conto della multi etnicità della classe. Persone da tutto il mondo. Chi del Perù, chi del Brasile, altri del Taiwan, Cina, Spagna, Inghilterra. 

Da ogni angolo del mondo, tutto racchiuso in quattro mura. Da ogni metro quadrato di quell'aula potevi respirare la diversità e la bellezza di ogni parte del mondo. 


Tra tutte le persone conosciute ho iniziato a legare in particolare con una ragazza dell'Iran, Sheida. Non avevo mai pensato all'Iran e automaticamente mai mi ero posta delle curiosità da chiederle. Mi sembrava così tanto piena di vita quella ragazza, che mai avrei immaginato l'inferno che si portava dentro.


Siamo abituati a sentir parlare di persone che scappano dalla guerra e questo ci fa sempre rabbrividire, a noi che la guerra non la conosciamo e che neanche siamo in grado di immaginarla. 


Un giorno decidiamo con Sheida di andare a berci una birra a un bar, ed iniziamo a parlare. Una ragazza simpatica e intelligente, buona che glielo si legge negli occhi.

Inizio a farle delle domande riguardo la sua religione. Ma lei dice di essere atea, e specifica di quanto sia difficile esserlo lì. In Iran non hai scelta. Devi essere musulmano e rispettare la religione senza se, e senza ma. Inizia a farmi vedere dei video in cui dei ragazzi venivano picchiati dalla polizia perché durante il Ramadan fumavano magari una sigaretta in strada. Già da questo, mi sentivo a disagio. Io che sono sempre stata abituata a professare la religione che più avessi voglia o magari di non professarla affatto. Insomma, senza nessun obbligo alcuno.

Continua a parlarmi di come viveva lì, incastrata in un mondo che non le è mai appartenuto. 

Esprimere se stessi non è facile, e se sei donna lo è ancora meno.

Mi racconta di quanto la donna lì non abbia alcun diritto. Non è accettabile che questa esca con un uomo che non sia suo marito. L'atto viene punito con l'arresto.

È obbligatorio per una donna indossare il velo, e dev'essere coperta dalla testa ai piedi, mai che si intraveda la caviglia.


Lei è andata via. All'età di 23 anni ha deciso di lasciare la sua famiglia e i suoi amici. Ha deciso di evadere da quella prigione da cui era incatenata. E così inizia il suo viaggio, un viaggio per la libertà. In cerca di quei diritti essenziali. In cerca di una vita migliore, in cerca di una scelta. 

Dall'Iran arriva in Turchia in aereo. Dalla Turchia al Beglio, qui iniziano i 20 giorni più lunghi della sua vita. Percorre la Macedonia, la Bulgaria, la Germania e tanti altri paesi a piedi. Senza fermarsi mai, se non per prendere un altro pullman. A 23 anni da sola alla ricerca di una vita migliore. 


Mentre lei si apre a me, rimane con gli occhi lucidi ma con un sorriso bellissimo in faccia. Io che neanche riuscivo a parlare, ma che la guardavo con i brividi che mi percorrevano tutto il corpo, trattenevo le lacrime e abbassavo la testa come se mi sentissi in colpa per tutto il male che ha dovuto passare.

Mi guarda e mi dice c'est pas grave. Non fa niente. Lei consolava me.

Una forza incredibile, che riuscivi a percepire solo guardandola. 


Ora è in Belgio come rifugiata politica. Iscritta ad un master di Cyber bullismo. Ora è una ragazza che può sperare, desiderare, ora è una ragazza che può vivere e scegliere chi essere.


Non può tornare in Iran per almeno altri 5 anni. O probabilmente, non potrà più tornare. 

Questa ragazza mi ha insegnato tanto. E credo, che tutti noi avremo molto da cui imparare.

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