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<<Tocca a te>>

Aggiornato il: 22 dic 2020



Non amo leggere a voce alta. Mi imbarazza. Mi sento a disagio. Tutti gli occhi su di me. Mi rendono insicuro. Non sono bravo a leggere. Ho sempre avuto delle difficoltà.

Cerco comunque di sforzarmi. Conosco il mio limite. E per quanto io ci provi, non riesco ad oltrepassarlo.


Negli anni novanta i DSA (disturbi specifici di apprendimento) non erano molto conosciuti. Non se ne sentiva parlare. Era quasi inconcepibile che un bambino potesse avere dei disturbi simili. Se rimanevi indietro, voleva dire che non ti impegnavi abbastanza.


I miei problemi sono iniziati dalla prima elementare. Non leggevo come gli altri bambini. Avevo bisogno di più tempo. Ricordo che durante le lezioni la maestra ci faceva leggere a turno.

Ricordo la paura, la vergogna, che provavo quando toccava a me. All’epoca non sapevo dare un nome a quelle emozioni. Oggi, so che leggere a voce alta mi terrorizzava. Talmente tanto che ho iniziato ad odiare la lettura. Per il libro d’italiano provavo disprezzo.


Delle elementari ricordo le maestre. Insistevano che non sapessi leggere. Ma non perché non ne fossi in grado, ma perché non mi impegnavo. Ma io leggevo tutti i giorni con mia madre. Lei era super attenta. Ci teneva alla scuola e al mio andamento scolastico. Passavamo ore sui libri. Ogni sera un capitolo nuovo. Una lettura diversa. Nonostante il mio impegno, non ce la facevo. Mi sentivo spaventato.


Poi, mia madre casualmente ha parlato delle mie difficoltà con il pediatra. Lui, le ha consigliato di rivolgersi ad un centro di neuropsichiatria infantile. Il dottore parlava di disturbo di apprendimento.

Mia madre esitò. Non sapeva cosa fosse. Rimase basita, stupita, incredula. In quegli anni i disturbi di apprendimento erano visti come una “vergogna”. Tutti le sconsigliarono di rivolgersi a quel centro. Dopo giorni di esitazione, scelse comunque di andare.


Di quel periodo ricordo un negozio di giochi. Si trovava davanti alla clinica. Il proprietario era un uomo gentile. Lo salutavo e gli sorridevo sempre. C’era anche una pizzeria lì vicino. L’odore delle pizze appena sfornate mi piaceva.

Io non sapevo a che cosa servisse andare lì. Ricordo che mi facevano fare tanti test di lettura e scrittura. Mi affaticavano. Ma se facevo il buono mamma mi comprava la pizza.


Passarono mesi e il percorso finì. La diagnosi era semplice: “dislessia”. Io non sapevo cosa fosse. Avevo però capito che non ero stupido. Mi sentì sollevato. Più leggero.

Dovevo leggere lentamente. Sillabare mi aiutava a non sbagliare, a non confondere le lettere. Anche oggi uso la stessa tecnica. Evito di leggere veloce sennò la A diventa E. Ed il senso del testo cambia completamente. La logopedista mi ha aiutato. Sono riuscito a migliorare.


Fin da bambino ero orgoglioso, competitivo. Odiavo essere indietro rispetto agli altri. Eppure, mi sentivo perennemente in ritardo. Nonostante mi sforzassi tanto.


Malgrado il certificato che provasse il mio “disturbo” le maestre insistevano sul fatto che fossi io a non esercitarmi abbastanza. Questo mi rattristava. Volevo fare di più. Davvero. Ma non potevo. Mi sentivo impotente. Mi dava rabbia. Sapevo leggere. Ma non riuscivo a farlo bene. Non come gli altri compagnetti di classe.


Poi, mamma comprò il primo computer. Dicevano che mi sarebbe stato di aiuto. Mi ricordo quella scatola gigante. Rimanevo ipnotizzato da quello schermo grande e dai suoi colori.


Quando sono arrivato alle medie avevo paura. Timore che di nuovo potessero confondere la mia dislessia con il poco impegno, con la pigrizia. In prima media avevo già preso coscienza del mio disturbo. Chiesi a mia madre di parlare con i professori. Non volevo rivivere quei momenti di terrore e inadeguatezza. Non di nuovo. Non davanti ai miei compagni. Volevo escludere qualsiasi possibilità di leggere a voce alta. Perché farlo, mi rendeva debole, vulnerabile. In generale tutte le professoresse si comportavano discretamente. Erano attente al mio disturbo. Non ne avevano creato un problema. Non avevo nessun vantaggio da questo. Ma mi capivano, mi supportavano. Tranne una. Lei insisteva a farci leggera a voce alta. <<Tocca a te>>. Odiavo quelle parole.

Quando le sentivo tremavo.

Con sufficienza insisteva sul fatto che non fossi capace a leggere. O meglio, che non sapevo leggere. No. Non di nuovo. Mi rifiutavo di rivivere quell’incubo. Il certificato avrebbe dovuto tutelarmi. Ma lei, non si era neanche presa la briga di leggerlo.


Non ho mai voluto che la dislessia rappresentasse per me e per la mia vita un ostacolo. Sapevo, ero cosciente del mio “difetto”. Ma, ero e sono comunque una persona determinata, orgogliosa, grintosa.


Anche oggi impiego più tempo nella lettura, ma l’importante é che capisco quello che leggo.


Il mio carattere, e la perseveranza di mia madre mi hanno salvato. Mi hanno permesso di saltare quell’ostacolo. Quello che poteva diventare un blocco, é diventato la mia forza. Non ho mai permesso a nessuno di deridermi. Di sottovalutarmi. Perché io lo sapevo, che non era una vergogna essere affetto da dislessia. Anche se, negli anni novanta era difficile spiegarlo. A quel tempo era visto come un marchio. Non esistevano i disturbi. Ma solo bambini intelligenti o stupidi. La scuola non andava al passo del singolo alunno. Era una gara a chi correva più veloce. Chi rimaneva indietro, non aveva chances per vincerla. Non veniva aiutato. Non gli veniva tesa la mano. Ma ignorato e giudicato.

<<Se sei dislessico, sei marchiato a vita>>. Una frase insulsa quanto pungente. Allora non la capivo. Oggi la ricordo con disgusto.


Fortunatamente ad oggi i DSA sono conosciuti. Ora i bambini vengono seguiti, accompagnati, protetti e tutelati. Possono fare un percorso scolastico senza il rischio di rimanere indietro. Senza doversi necessariamente sentirsi perennemente in ritardo o impotenti. Anche se so, che come sempre, si potrebbe fare di meglio..

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